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Speciale RDT

Intervista con Ludwig Güttler

Intervista con Ludwig Güttler

Ludwig Güttler

Nella nostra panoramica sulla musica per ottoni nella Repubblica Democratica Tedesca, pubblichiamo degli estratti da una intervista rilasciata durante le sessioni del ventisettesimo seminario della musica nella Repubblica Democratica Tedesca, dall’eminente trombista Ludwig Güttler.

Domanda: Cosa si propone di offrire in generale a coloro che prendono parte ai suoi corsi, e quali sono i temi particolarmente discussi quest’anno?

Ludwig Güttler: Un gran numero di suonatori di fiati della nuova generazione, naturalmente, guarda alla frequentazione di un corso di questo genere con molte aspettative: in quale modo posso io metterle a profitto? Un’altra parte è costituita da coloro i quali vengono solo perchè hanno un problema o pensano di averlo. Nonostante le diverse attese, è possibile arrivare a delle generalizzazioni, che mi hanno permesso di fare sui corsi da me tenuti finora le seguenti osservazioni: ciò che noto sempre, e devo dire con crescente preoccupazione, è che l’avvicinamento alla musica avviene sempre attraverso mezzi di secondaria importanze, siano questi l’esercizio, l’idea di un traguardo musicale, la prospettiva di un’unica prestazione per un concorso, o non so quali altri; la sfida che l’interpretazione di un’opera rappresenta, viene vista principalmente — ed in casi estremi solo ed unicamente — dal lato della praticabilità.

Viene dato generalmente poco spazio alle domande circa il contenuto, l’espressività, lo stile, come pure a quelle che sono le esigenze assolutamente fondamentali della necessaria comunicazione musicale da persona a persona, ciò è l’animarsi, il trasmettere, l’entusiasmarsi, che invece sono contenuti fondamentali. Perciò il mio compito non è soltanto quello di istruire, ma anche quello di guidare verso un modello.

Ai suonatori d’ottoni che sono qui come miei partners, si pone questa stessa problematica, ed in una forma ancora più critica quando essa si presenta, ad esempio, nei suonatori di legni o d’archi. La riduzione a contenuti espressivi ben precisi che si determina nell’orchestra, genera nei musicisti che vi suonano l’idea che le virtù preponderanti richieste in tali orchestre «hochromantisch», rappresentino l’intera gamma della pratica e dell’attività musicale. E’ a questa desolazione ed anche a questo errore che io tento di contrappormi.

Domanda: Quali sono le conseguenze prodotte dalle richieste troppo alte poste alla nuova generazione di trombisti, sul loro livello qualitativo e naturalmente anche sulla loro formazione?

L. G.: Ci sono musicisti che pensano e lavorano in maniera responsabile, che vengono ascoltati ovunque attraverso i «Media».

Il flusso incalcolabile di pubblicazioni e metodi rappresenta un’ottima possibilità di orientarsi. Attraverso un gran numero di testi in edizione critica, molte opere, che prima non erano accessibili, esistono ora in edizioni che ne rendono possibile l’uso, ed i giovani trombisti, tramite conferenze, corsi e congressi possono formarsi in una maniera che può essere vista come presupposto veramente ideale ad un successivo aumento del rendimento.

Per quanto riguarda più precisamente la formazione all’accademia, questo significa per esempio che i giovani devono essere preparati proprio in base a questi criteri, vale a dire che la formazione musicale dovrebbe subire un ampliamento, fino a comprendere lo studio della letteratura, il controllo psicologico e l’allenamento delle funzioni fondamentali, lo studio orchestrale, la pratica solistica, quella di insieme, quella in gruppi di fiati per la musica da camera, lo studio della tromba naturale e del corno da caccia, la specifica formazione relativa ad ogni strumento — che deve precedere una generale educazione all’ascolto —, la pratica infine delle tecniche della musica contemporanea e di quella orchestrale.

Perciò la domanda che spesso viene posta sul «quanto esercitarsi», è fondamentalmente secondaria rispetto a quella più importante che riguarda ciò su cui esercitarsi ed il modo più giusto per farlo.

Domanda: Una nuova associazione musicale, i «Virtuosi Saxoniae», è stata da lei creata. Con ciò lei si propone in una nuova veste, non è cioè più soltanto solista e direttore artistico, come l’abbiamo finora conosciuto, ma anche direttore d’orchestra. Il suo lavoro precedente è passato in seconda linea? Verso quali progetti ed obiettivi tende con questa nuova orchestra da camera?

L. G.: Se si prende in considerazione quello che finora è stato il mio lavoro, valutandolo soltanto nella sua dimensione specifica, si può avere l’impressione che a causa della mia nuova attività io debba rinunciare alla precedente. Siccome però con i «Virtuosi» io suono anche il mio repertorio di concerti per tromba, per corno da caccia, e così via, esiste una significativa coordinazione ed un rapporto di completamento fra la mia precedente attività e quella nuova.

Esiste inoltre una grande quantità di opere, vorrei quasi dire un’intera epoca, che è necessario rappresentare, ed è questo soprattutto l’impegno che negli ultimi anni ho giudicato come il più pressante ed al quale ora mi sono votato.

In questo contesto rivestono un ruolo molto importante i tesori della cultura musicale di Dresda. Fin qui sono molto felice di questa attività che sento come la naturale conclusione della attività da me finora intrapresa.

Domanda: Mi permetta, di fronte al suo immenso programma di lavoro, una domanda che sicuramente le viene spesso posta: dove attinge la forza necessaria, ossia come si orienta e come si organizza nel suo lavoro?

L. G.: A questa domanda posso rispondere facilmente. La mia esperienza mi dice che tutto ciò che sono in grado di fare con divertimento e voglia mi porta a crescere sempre di più.

Per raggiungere l’obiettivo di un completamento e di una vantaggiosa influenza reciproca dei diversi programmi di lavoro, si devono investire le forze necessarie in qualcosa che possa apportare gioia, schivando possibilmente ciò che è logorante, che mina le forze e che può essere distruttivo.

La risposta suona facile, ma esige una forte dose di determinazione, un dover spesso dire di no a costo di diventare impopolari, ed una brevità addirittura poco amichevole nei rapporti con le persone e con le cose che ci diano l’impressione di essere improduttive ed inutili.

Poichè proprio la forza ed il tempo sono fattori limitati nella nostra vita, la responsabilità e l’economia con cui si gestiscono i rapporti può essere l’altra parte della risposta a questa domanda che è la più importante fra quelle qui poste.

Brass Bulletin 60, IV / 1987 pagine 41–43

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