Rendete Brass Bulletin disponibile nella vostra università, nel vostro conservatorio o nella vostra biblioteca Scoprite l’accesso istituzionale

8 min di lettura

Miles Davis

Incontro in cucina

Miles Davis

Miles Davis

N.d.R.: L’incontro tra Bob Watt e Miles Davis ha avuto luogo nel 1991 un anno prima della morte del grande trombista e questa testimonianza inedita ci svela un aspetto inatteso della vita quotidiana di questa star mitica. A questo effetto abbiamo conservato il suo tipico idioma gergale assai crudo.

E’ grazie a un sacco di collard green¹, a foglie di senape e ali di tacchino affumicato che ho potuto incontrare Miles Davis.

Un week-end, Miles aveva chiamato la mia amica Barbara, lamentandosi che a Malibu, dove abitava, non si trovava da nessuna parte i legumi in questione. E le chiese se poteva portargliene, ma lei era troppo occupata.

Di fronte al suo rifiuto, lui le suggerì di tentare di convincere me di portargli questa verdura. Egli sapeva che mi recavo regolarmente a Malibu per montare il mio cavallo e che rendendogli questo servizio, egli poteva nella stessa occasione appagare la sua curiosità e interrogare quell’“imbranato”² che usciva con la sua cara Barbara. Barbara ed io, fin dall’inizio del nostro incontro avevamo sperato in una occasione per vedere Miles. Quando ci conoscemmo meglio, Barbara mi ripeteva spesso, “bisogna assolutamente che tu conosca Miles”. Lei pensava che avessimo un mucchio di cose in comune. Invano tentavo di padroneggiare il nervosismo che m’invadeva ogni volta che m’immaginavo davanti a Miles.

Barbara aveva detto a Miles che ero un suo nuovo amico. Miles provava sentimenti molto paterni e protettivi nei suoi riguardi e cominciò col porle ogni sorta di domande personali a proposito della nostra relazione. Lei gli disse che ero cornista nella Los Angeles Philharmonic, che ero Nero e che avevo dei cavalli e una scuderia vicino a lui a Malibu. Benché lei tenesse molto che io incontrassi Miles, temeva che lui si dimostrasse freddo e aggressivo. Lei mi fece capire chiaramente che una eventuale antipatia nei miei riguardi sarebbe stata immediatamente percepibile, nel qual caso non avevo che da stringergli la mano, consegnare i legumi e andarmene educatamente.

Ed è così che sono partito per incontrare Miles Dewey Davis, con della verdura in una mano e delle ali di tacchino affumicato nell’altra.

Avvicinandomi a casa sua, il mio stato febbrile diminuì un poco quando presi coscienza che stavo attraversando la metà della villa portandomi dietro questa verdura che cresceva dappertutto allo stato selvatico a Malibu. Miles non aveva neppure realizzato che nella sua proprietà questa sciamava e in modo del tutto naturale. A Malibu il solo posto dove queste foglie non si trovavano era... il supermercato!

Giunto alla porta, scossi ciò che mi parve essere un sonaglio, in questo caso era una serie di campanelli arrugginiti appesi a una cordicella il cui effetto sonoro non era molto convincente.

Tuttavia il figlio minore di Miles apparve rapidamente e mi fece entrare nel salone che sembrava piuttosto ad un vasto studio d’artista.

Miles era là e mi fissava con occhi di giada, come dei diamanti incastonati in una scultura africana in ebano. Avevo l’impressione che mi guardasse dentro, sino in fondo, quando mormorò per se stesso, con voce arrochita: “Per i miei avi imbranati, Barbara è così piccola e fragile, che casino!”

Poi si mostrò più accogliente: “Buongiorno, sono Miles Davis, si accomodi.”

Quando mi fui seduto, si mise a fissare la mia bocca.

“Vedo che suoni un biniou”, disse, “hai un cerchio sul labbro superiore. Senti un po’, hai una bella faccia per suonare, Bob”.

Dopo un malizioso silenzio, non poté trattenersi dal continuare: “Ti eserciti molto? Oppure è venuto a furia di mangiar gatti? Si mise a ridere poi si scusò. “Ehi fusto, sono spiacente. Grazie per la verdura.”

“Questi legumi” gridò vuotando il sacco nell’acquaio della cucina, “mia madre sapeva cuocerli come nessun’altra. E’ stata veramente una cosa pazzesca. Sai Bob, ho provato a portargliene un po’ quando era morente all’ospedale, atterrata da un cancro. Quegli imbranati mi hanno detto che doveva mangiare quello che gli era stato prescritto. Vadano a cagare, sarebbe morta comunque. Quale differenza poteva fare?

Io pensavo che a questo stadio lei avrebbe potuto veramente mangiare tutto ciò che poteva ancora farle piacere. Ho orrore degli ospedali e di quelle stronze d’infermiere complessate. Bob, quando è morta, mia madre non pesava più di qualche chilo e avrei potuto portarla come un bebè. Che casino! Questo cancro, è schifoso. Mi chiedo come la gente si becca sto coso?”

Gli dissi che secondo me certuni si fanno contaminare perché mangiano male tutta la vita, troppa carne imbottita di ormoni e di roba chimica. Per esempio, se per tutta la vita non si pulisce mai veramente il colon correttamente, permettendo ai residui di carne, che non contengono fibre inassimilabili, d’incollarsi alle pareti dell’intestino e imputridire, può portare il cancro al colon. D’altra parte, gli dissi, credo che la gente soccomba al cancro a causa dello stress, a ciò che essi pensano di se stessi e degli odi e dei dolori che loro stessi si portano dietro, le cose di cui si abbuffano e creano i tumori.

Miles mi squadrò lungamente e con durezza prima di esclamare: “Bob, sei un imbranato di prima. Non ho mai sentito un accidente simile. Sei anche un gran dritto. Ma non mi becchi. Merda, le tue informazioni sembrano solide e sono nello stesso tempo un poco spaventose... tu credi che il fatto che io detesti e m’irriti di vedere tanti imbranati attorno a me mi faccia correre il rischio di acchiappare questa merda?”

I legumi cominciavano a bollire e la conversazione tornò sui problemi culinari. Miles tentava di ricordare esattamente ciò che sua madre metteva nella casseruola che dava tanto sapore al suo piatto. Impugnò un libro di cucina e lo sfogliò con rabbia. Nulla. Mi chiese se Barbara fosse a casa. Ma era a lezione di guida per tutto il giorno.

“Che casino”, disse, “manca qualche cosa a queste foglie imbranate. Bob, tu non conosci mica qualcuno che sappia come cuocere sta roba?”

Gli risposi che la sola persona che poteva saperlo era mia madre.

“Dov’è?” mi chiese Miles. “Nel New Jersey” gli dissi. “Chiamala, che casino. Chiamala. Tieni, eccoti il telefono!”

Quando Miles ebbe mia madre all’altra parte dell’apparecchio, le parlò con il più grande rispetto. Ne ero lieto e mia madre dal canto suo era totalmente sorpresa di averlo all’altro capo del filo. Faceva pensare a un bambino che parlasse a sua madre o a sua nonna.

Dopo aver preparato la verdura la mise a cuocere a fuoco lento per alcune ore nella casseruola, Miles manifestò il desiderio di andare alla scuderia per vedere il mio cavallo. In quel preciso momento, un amico di suo figlio arrivò con delle ali di pollo in salsa piccante e dei pasticcini caramellati. Miles m’invitò a mangiare un pezzo di pollo mentre egli si sedé per assaporare una di quelle magnifiche paste.

“No, papà, per favore, non mangiare quello!” gridò suo figlio. “Chiudi il becco, mangio quello che voglio, che casino.”

Il figlio di Miles ci supplicò di mangiare in fretta i pasticcini per evitare che suo padre cadesse ancora in tentazione. Miles era gravemente diabetico e questo genere di dolci erano micidiali per lui. E’ così che sono stato obbligato a ingurgitare quell’enorme pasticceria con ali di pollo piccante e una birra.

Quando fummo usciti di casa, Miles entrò nella mia vettura poi mi chiese, “vuoi che andiamo con la mia Ferrari”. “Eccome!” gli risposi.

Miles mi chiese se avessi già messo piede in una Ferrari. “Mai”, gli dissi, “e mi chiedo anche se potrò entrarci”.

“Stai calmo, troveremo il mezzo di metterci il tuo culo, Bob. Non sei poi così alto, imbranato”.

Abbiamo viaggiato poco più di un chilometro sino alla scuderia. “Questa bagnarola è molto più veloce della mia Volvo”, gli dissi. Miles si voltò lentamente verso di me e mi fissò con aria attenuata, “ah sì eh!”

Dopo aver visto il mio cavallo, Miles volle mostrarmi il suo. Abbiamo viaggiato verso Kanan Dume Road sino a San Fernando Valley quando si accorse che non eravamo sulla buona strada. “Vai a cagare”, lanciò, “si rientra”.

Sulla strada di ritorno a Malibu, cominciò a parlarmi degli anni della boxe. Era uno dei modi tra i più efficaci di mettersi in forma per qualsiasi evenienza, mi assicurò. Si era allenato con i migliori pugili e allenatori del mondo della boxe. Disse che dopo simili “drill”, suonare la tromba era un bebè.

Giunti a casa, mi resi conto che era tempo per me di cominciare il riscaldamento per il concerto della sera. “Porta sta cosa qui”, lanciò Miles, “vorrei sentirti suonare un po’.”

Mi disse che gli piaceva molto il corno e osservò con incessante attenzione il mio modo di riscaldarmi. E mi disse che suonavo come un vecchio professore di tromba, senza schiacciare le labbra. Mentre continuavo gli esercizi suonando sempre più presto, Miles gridò dalla cucina, “va bene Bob, smetti di bluffare!”

La cottura era terminata e Miles venne a mettere il piatto davanti a me, prima d’impugnare il telefono chiedendomi di continuare a suonare.

Chiamò Barbara e lo sentii parlare di me. Le disse che ero un bravo ragazzo, un po’ bizzarro, e tutto sommato che ero geniale. Ero sbalordito di sentirlo dire queste cose.

Dopo avere riagganciato, mi chiese di suonare l’assolo di corno del finale della Suite dell’Uccello di Fuoco di Stravinskij.

“Perché questo assolo è così difficile?” mi chiese. “Quegli imbranati diventano sempre cremesi quando lo suonano. Cosa c’è di così difficile?” Gli dissi che, francamente, non era così difficile. “Allora suonalo! Suonalo!” ragliò.

Quante volte ho suonato questo passaggio in concerto nella mia vita? Però, mai avrei pensato che un giorno l’avrei dovuto suonare davanti a Miles Davis. Egli parve impressionato.

“Pare siano i bianchi che volgono al rosso, Bob,” lanciò. “Un negro non prende mai altro colore che il blu”.

Miles mi disse che potevo venire ad esercitarmi in casa sua quando volevo, anche se era assente. Tra di noi sembra essere passata la corrente.

Dopo questo primo incontro, ho rivisto Miles ogni tanto quando era là. Capitava che Barbara ed io entravamo a casa sua, lui ci lanciava un semplice buongiorno andando dritto verso la porta dietro che conduceva alla spiaggia. Mangiavamo da lui, si guardava la televisione su uno schermo gigante e dopo alcune ore ce ne andavamo.

Capitava anche che Miles ci chiamasse per chiederci di passare da lui. Ci si occupava della casa senza che ci accordasse la più piccola attenzione, perché il più delle volte era attaccato al telefono o suonava la tromba. Quando stavamo per partire, usciva dalla sua camera dicendo “è stato carino avervi avuti qui”. Non aveva bisogno di sedersi con voi o di vedervi per apprezzare la vostra presenza.

Le mie impressioni su Miles sono totalmente cambiate dal giorno in cui l’ho incontrato. Mi aveva confidato che amava stare solo, “proprio per fare le mie cose. Perché la gente non è capace di fare altrettanto e di lasciarmi in pace una buona volta?”

Poteva animarsi con eloquenza e foga affermando che l’uomo nero era il fondamento di tutta la società nera grazie alla sua intelligenza, alla sua forza, al suo feeling musicale, il tutto profondamente radicato alla terra, amava precisare. E’ il perché tutti tentano di rubare la musica negra. “E’ un affare potente”, concludeva, “a immagine dell’uomo nero”.

Le ire di Miles erano particolarmente intense. Nella sua vita, egli ha per così dire sopportato tutto e possedeva il dono della percezione più rapida e più completa della maggior parte della gente.

Miles adorava letteralmente il suo pubblico e non mancava di dirlo. Sapeva anche che tra la gente che si affollava ai suoi concerti, c’era chi lo avrebbero annientato senza pietà se ne avesse avuto la possibilità. Gli avevano rubato e diluito il suo talento per rimpiazzarlo con un Elvis Presley be-bop di servizio.

Ma si era evoluto ben più lontano del be-bop, lasciando dietro di sé i suoi innumerevoli fans di allora. Doveva cambiare, evolvere e raggiungere nuove forme d’espressione.

Un giorno, mentre Barbara ed io contemplavamo i suoi nuovi dipinti, c’imbattemmo su un’opera vecchia, di stile che aveva ormai abbandonato. Barbara gli chiese perché non dipingesse più così. Buttò la testa indietro e pavoneggiandosi percorrendo a grandi passi la stanza declamò, “sono troppo di moda adesso per questo. Non posso tornare indietro.”

¹ Collard green è un legume verde di cui si mangiano le foglie. Una specie ibrida tra lo spinacio e il cavolo cresce principalmente nel sud degli Stati Uniti ed è molto apprezzato dalla cucina nera.

² Abbiamo usato il termine italiano “imbranato” per tradurre Mother fucker, espressione idiomatica del linguaggio americano-africano. “Questo termine può avere tanto una connotazione negativa, peggiorativa quanto positiva, ammirativa, a volte francamente elogiativa,” come lo ha spiegato Thomas Stevens a Jean-Pierre Mathez.

Bob Watt

Bob Watt è assistente corno solista nella Los Angeles Philharmonic. Ha studiato il corno con Harry Shapiro al Conservatorio della New England di Boston. Durante il soggiorno in questa regione, ha debuttato come solista con l’orchestra dei Boston Pops diretta da Arthur Fiedler, con il secondo concerto di R. Strauss. Ho continuato gli studi con James Stagliano e Gunther Schuller al Berkshire Music Center di Tanglewood. Prima dell’ingaggio alla L.A. Philharmonic, ha suonato parecchie volte come solista con questa orchestra, diretta da Zubin Mehta. Oggi Bob Watt prosegue l’attività di solista e frequentemente in estate suona nei festival europei. Consacra il suo tempo libero al dressage e al balletto equestre classico. Insegna il corno al Santa Monica College, all’University of Southern California e alla California State Dominguez Hills.

Brass Bulletin 81, I / 1993 pagine 26–32

Tutti i contenuti sono protetti dal diritto d’autore © Brass Bulletin 1993–2026

Condividi questo articolo

Facebook LinkedIn
Loading…

Domande e risposte

Come funziona l’edizione digitale

Che cosa comprende l’edizione digitale?

L’edizione digitale riunisce gli articoli già digitalizzati sotto forma di testi leggibili e ricercabili online — non semplicemente come scansioni o file PDF — insieme alle illustrazioni originali, alle note, agli autori, alle informazioni sul numero della rivista e alle traduzioni disponibili. I suggerimenti di articoli correlati comprendono attualmente solo questo materiale digitalizzato.

Gli articoli digitali sono identici agli originali?

Conserviamo il più fedelmente possibile il testo originale, la lingua, le illustrazioni, le didascalie, le note e il contesto editoriale. La presentazione viene adattata per una lettura confortevole online e gli evidenti errori di trascrizione o scansione possono essere corretti. Il contenuto e il carattere dell’articolo pubblicato rimangono invariati.

Quali lingue sono disponibili?

Brass Bulletin è stato pubblicato in inglese, francese e tedesco nel corso di tutta la sua storia. Le traduzioni italiane e spagnole sono state aggiunte a partire dal numero 60. Sui siti italiano e spagnolo, gli articoli dei numeri da 1 a 59 vengono quindi mostrati in inglese per impostazione predefinita.

Con quale frequenza vengono aggiunti nuovi articoli?

Nuovi articoli vengono aggiunti quasi ogni giorno, con circa un numero completo digitalizzato ogni settimana. Il ritmo può variare in base al lavoro di preparazione, elaborazione delle immagini e verifica editoriale necessario.

Perché non tutti gli articoli sono disponibili in formato digitale?

La collezione completa di Brass Bulletin comprende 1.246 articoli pubblicati tra il 1971 e il 2003. L’indice completo è già disponibile online e consente di scoprire tutti gli articoli della collezione, compresi quelli il cui testo integrale non è ancora stato digitalizzato.

La digitalizzazione è iniziata nel febbraio 2026. Ogni articolo viene accuratamente preparato per la lettura online, verificato e collegato al relativo numero, agli autori, agli argomenti e alle illustrazioni. Al ritmo attuale di digitalizzazione, la collezione completa dovrebbe essere disponibile online entro febbraio 2028.

Perché alcuni riferimenti citano articoli che non sono ancora disponibili?

I riferimenti presenti negli articoli originali vengono conservati anche quando il materiale a cui rimandano non è ancora stato digitalizzato. In questo modo si preserva l’integrità storica ed editoriale della rivista. Man mano che nuovi numeri vengono aggiunti all’edizione digitale, un numero crescente di questi riferimenti condurrà ad articoli leggibili online.

Posso suggerire un articolo o segnalare un errore di trascrizione?

Sì. Se desiderate che un determinato articolo venga digitalizzato, oppure se notate un possibile errore di trascrizione o un’informazione mancante, contattateci. I riscontri dei lettori ci aiutano a migliorare l’edizione digitale e a stabilire priorità utili all’interno dell’archivio.

Come posso sostenere Brass Bulletin?

Il vostro sostegno contribuisce a finanziare la preparazione, la verifica e la pubblicazione online dell’intera collezione.

Abbonati all’Edizione digitale

Preferite sostenerci senza abbonarvi?

Fate una donazione

Come procede la digitalizzazione?

Stiamo rendendo Brass Bulletin disponibile online gradualmente, articolo per articolo. Potete leggere gli articoli appena digitalizzati non appena sono pronti, anche prima che un intero numero sia completato.

Consultate il nostro calendario di digitalizzazione per scoprire le ultime aggiunte e le date di disponibilità stimate dei prossimi numeri. Le stime si basano sul nostro ritmo recente e possono cambiare.

Cerca in Brass Bulletin.